Branding autentico? Smettila di fare branding

Leader di settore, soluzioni innovative, attenzione al cliente: se il tuo sito parla così, non stai comunicando: stai coprendo il silenzio con un rumore educato.

Chi produce frasi del genere pensa di “fare branding”. È esattamente quello che gli hanno insegnato in tre anni di workshop, moodboard, sessioni di posizionamento e bibliografia online. Il branding, così come viene venduto oggi, è diventato il sintomo principale di non averne uno.

La tesi di questo articolo è una sola: il branding autentico è quello che resta quando smetti di fare branding. Sembra un gioco di parole, ma è proprio così. Se devi fare branding come un’attività, vuol dire che non lo sei come un brand. Se lo sei, il branding smette di essere qualcosa da pianificare e diventa qualcosa che ti accade addosso, una conseguenza dei tuoi comportamenti.

Il branding autentico è il contrario del branding

Per capirci serve sgomberare un equivoco. Quando in questo articolo dico “fare branding”, non sto parlando del lavoro che fanno designer e art director seri sui sistemi d’identità. Sto parlando di quell’industria parallela che vende kit di marca interscambiabili: il payoff motivazionale, il claim valoriale, i colori che “trasmettono affidabilità”, il post LinkedIn con il valore della settimana e l’emoticon a forma di cuore. Tutto vero, tutto corretto, tutto perfettamente interscambiabile con i kit di chiunque altro.

Il brand vero vive altrove: nel modo in cui ti comporti quando nessuno ti sta guardando di proposito. Nella mail di assistenza scritta alle nove di sera dopo una giornata storta. Nel preventivo che spedisci con i prezzi dichiarati al posto dei “pacchetti su misura da concordare”. Nelle cose che decidi di non fare, e nei clienti che lasci andare.

Il branding autentico è il risultato di comportamenti coerenti che un brand mantiene anche quando costano. Si manifesta nel modo in cui un brand risponde, sceglie e dice di no, prima ancora che nel logo o nel claim. È quello che resta quando smetti di fare branding e inizi a essere un brand.

In altre parole: il branding di cui parlano i corsi è una cosa, il brand di cui parlano i clienti un’altra. Il primo lo studi a tavolino. Il secondo lo lasci dietro di te senza accorgertene. Il primo lo trovi nei caroselli di LinkedIn. Il secondo vive nella testa di qualcuno che ti ha incontrato sei mesi fa, e che a distanza di tempo si ricorda ancora di te per qualche motivo preciso che lui stesso non saprebbe spiegare bene.

Un’identità forte non è quella che si vede. È quella che si riconosce.

Esiste una differenza chirurgica tra rendere un brand visibile e renderlo riconoscibile. La grafica fa il primo lavoro. Il comportamento fa il secondo. Ed è il secondo, alla lunga, a costruire fiducia. Tutto il resto è un travestimento ben fatto. È il presupposto da cui parto in ogni progetto su cui lavoro, ed è anche il motivo per cui certi briefing li lascio cadere prima ancora di rispondere al primo messaggio.

Quando il brand diventa comunicazione di plastica

Apri a caso dieci siti di studi professionali, agenzie di comunicazione, startup tecnologiche. Leggi solo le pagine “Chi siamo”. Potresti scambiare quei testi tra loro senza che nessuno se ne accorga.

Sono testi tecnicamente corretti, leggibili, con una struttura logica decente, perfino con qualche concessione alla narrativa motivazionale. Il problema sta altrove: usano tutti le stesse parole, nello stesso ordine, con la stessa enfasi a comando.

Le frasi generiche non sono neutre. Sono un segnale. Dicono al lettore una cosa molto precisa, anche se nessuno la formula così a parole: “non voglio espormi”. E il cervello di chi legge lo registra immediatamente, in modo viscerale, ancora prima di arrivare alla riga successiva.

Prova a sgonfiare un paio di questi plasticismi e guarda cosa salta fuori sotto. “Leader di settore” significa: non ho il coraggio di dire in cosa sono effettivamente specifico, quindi vado di etichetta gonfia e spero che qualcuno mi creda sulla parola. “Soluzioni a 360°” significa: non ho un focus preciso, faccio quello che mi capita, e ti vendo l’assenza di scelta come se fosse versatilità. “Innovazione” è un’altra parola per “non so dire esattamente cosa aggiungo di concreto, quindi alzo il volume con un termine che sembra inattaccabile”. “Attenzione al cliente” è una promessa senza alcuna prova allegata, identica a quella di chiunque altro nel raggio di cento chilometri.

Niente di tutto questo è informazione. È rumore di fondo, scelto perché statisticamente sicuro. E il rumore sicuro è esattamente il contrario di un brand: un brand è qualcosa che ha il coraggio di dire una cosa che non potrebbe dire chiunque altro nel suo settore.

Se tutti dicono la stessa cosa, vuol dire che nessuno sta dicendo niente. È il principio opposto alla fiducia.

Il punto è che il vocabolario del “fare branding” è quasi sempre questo. Sono parole-rifugio. Ti permettono di occupare lo spazio della comunicazione senza rischiare niente, perché non promettono niente di verificabile. È esattamente la ragione per cui i clienti li ignorano, anche quando li leggono distrattamente sulla home. Lavorare seriamente sull’identità di un brand significa, per metà del tempo, togliere quelle parole. Non aggiungerne di nuove.

Cluetrain l’aveva scritto venticinque anni fa

Tutto questo non l’ho inventato io. Nel marzo del 1999 quattro autori americani pubblicano online le 95 tesi del Cluetrain Manifesto (l’anno dopo diventeranno anche un libro). Quel testo si apre con una frase che bisognerebbe stampare a caratteri cubitali in ogni pagina “About” del web: i mercati sono conversazioni. Non megafoni, non vetrine, non touchpoint, non funnel. Conversazioni.

Erano i tempi in cui Internet stava per cambiare la pelle del commercio mondiale. Quei quattro, all’epoca lucidamente ottimisti, avevano colto una cosa che vent’anni di social non sono ancora riusciti a rendere ovvia: il pubblico passivo è sempre stato una finzione utile alle aziende. Le persone parlano tra loro, da sempre. E davanti a un brand che si comporta da brochure vivente, prima o poi smettono di ascoltare e si voltano dall’altra parte.

Eppure venticinque anni dopo siamo ancora qui a ripetere il messaggio, in piena epoca social, con tutti gli strumenti del mondo per dialogare e nessuna voglia evidente di farlo davvero. Perché? Una sola ragione, e non è tecnologica.

Conversare costa. Significa esporsi, ammettere di non sapere, contraddirsi quando serve, perdere il controllo del messaggio. Il branding-da-manuale serve esattamente a evitare quel costo: è un modo elegante per stare dentro una conversazione senza partecipare davvero. Ed è proprio per questo che fallisce alla lunga. Una conversazione finta si riconosce immediatamente, anche quando è grammaticalmente impeccabile.

Tre brand falsi, una sola origine

A questo punto puoi obiettare: “tutto giusto in teoria, ma nella pratica come si vede un brand che fa branding invece di esserlo?”. La risposta è che si vede quando cambia il contesto. Un brand che recita una parte regge finché il copione è quello previsto. Appena il pubblico cambia, o la conversazione si fa scomoda, la maschera scivola di un paio di centimetri. E lì capisci tutto.

Ne tengo a mente tre, perché sono i casi che incontro più spesso quando arriva un cliente nuovo a chiedermi di “rifare la comunicazione”.

Caso uno: il brand ironico a comando. Su Instagram è uno spettacolo. Battute pronte, risposte sveglie nei commenti, libertà tonale, perfino una certa autodissacrazione. Sembra una persona, finalmente. Poi gli scrivi una mail per chiedere informazioni e ti risponde un fantasma in giacca e cravatta: “Gentile Cliente, in merito alla Sua richiesta…”. Rigido. Protocollare. Come se a gestire i due canali fossero due aziende diverse, magari di paesi diversi. Il messaggio implicito che arriva al lettore è uno solo, ed è devastante: sono simpatico quando mi conviene.

Caso due: il brand umano solo in pubblicità. Le sue ADS sono caldissime. Storie di famiglia, mani che si stringono, voci fuori campo che ti raccontano di valori e percorsi. Ti commuovi mentre aspetti che riparta il video su YouTube. Poi compri il prodotto, qualcosa non va, contatti l’assistenza: e tutto si congela di colpo. Risposte automatiche, ticket numerici, tempi biblici, un linguaggio che sembra uscito da un regolamento condominiale del 1978. Il messaggio implicito: ti tratto bene finché mi serve per chiudere la vendita.

Caso tre: il brand valoriale senza comportamento. Manifesto sulla sostenibilità in homepage. Pagina dedicata alla diversity. Posizione presa sull’inclusione, con paragrafi commossi e immagini di prati verdi. Tutto bellissimo. Poi guardi le scelte concrete: i fornitori che usa, come tratta i collaboratori, dove decide di risparmiare davvero quando deve quadrare i numeri di fine trimestre. Contraddizioni dappertutto. Il messaggio implicito: dico quello che vuoi sentirti dire, finché non costa farlo.

Sono tre casi diversi. Diverso il settore, diverso il pubblico, diverso il canale dove cade la maschera. Ma c’è una sola origine sotto: in tutti e tre i casi, il brand sta facendo branding, non sta vivendo il brand. Sta producendo una comunicazione coerente con un’idea di sé che non corrisponde a come si comporta nei momenti decisivi, quelli in cui essere coerenti costerebbe qualcosa.

E qui un appunto sulla differenza con il marketing, perché spesso le due cose vengono confuse: il marketing vende una transazione, il branding costruisce una relazione. Il marketing parla per ottenere, il branding si comporta per essere riconosciuto. Quando un brand è autentico, marketing e branding coincidono, perché non c’è scarto tra quello che dice e quello che fa. Quando non lo è, lo scarto è il primo segnale che il cliente coglie, ed è anche l’ultimo che dimentica. Per questo il branding autentico, quando esiste, ha sempre il tone of voice coerente di chi non sta cercando di vendere qualcosa di nascosto: si comporta da brand sia quando converte sia quando assiste.

Il problema, per chi lavora ad esempio nel marketing per progetti culturali o in settori dove la coerenza valoriale è ossigeno, è che lo scarto si paga il triplo. Un brand commerciale qualsiasi può sopravvivere a una piccola incoerenza. Un brand culturale, no: lì la credibilità non è un attributo, è proprio il prodotto.

Non è la voce che rende vero il brand. È la verità che rende credibile la voce.

Per chiudere: i brand veri non fanno branding

Leader di settore. Soluzioni innovative. Attenzione al cliente. Sono frasi progettate per occupare la pagina senza dire niente di verificabile. Servono a coprire il silenzio con un rumore decoroso, in modo che nessuno si accorga che dietro non c’è ancora una posizione.

Ma è proprio quel silenzio il punto. Un brand che ha qualcosa da dire può permettersi di tacere quando non ce l’ha. Un brand che non ha niente da dire, invece, deve parlare in continuazione, perché ogni pausa rivelerebbe il vuoto sotto. Tutto il branding-da-manuale che vedi in giro nasce da quel terrore lì: il terrore del silenzio.

Smettere di fare branding è smettere il teatro del branding. Comunichi lo stesso, lo fai solo in modo più vero. Significa ammettere che il brand vero non si costruisce con una scaletta di azioni di marca, ma con una serie di scelte coerenti che nel tempo lasciano un’impronta riconoscibile. Vuol dire che il valore non si dichiara: si dimostra. Che il posizionamento non si decide in slide: emerge nei mesi, nelle mail di rifiuto, nei “no” detti chiaramente, nei prezzi messi in chiaro al primo contatto.

I brand veri, alla fine, non si svegliano la mattina pensando a quale post pubblicare sul valore della settimana. Si svegliano pensando a cosa fare bene oggi. E sono proprio loro, quelli che apparentemente non sembrano “fare branding”, a costruire i brand più riconoscibili sul lungo periodo. Si chiama branding autentico, ed è anche l’unica strada che ho visto funzionare per davvero in tutti gli anni in cui ho fatto questo lavoro.

Quindi, se posso permettermi un consiglio non richiesto: salta il prossimo workshop di posizionamento. Resta in ufficio. Leggi le mail di assistenza che hai mandato negli ultimi tre mesi, controlla i preventivi che hai chiuso e quelli che hai perso, guarda in che tono rispondi quando un cliente ti contraddice davvero. Lì c’è già il tuo brand, scritto nero su bianco. Da quel punto in poi non si tratta di costruirlo. Si tratta solo di non rovinarlo.

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